Archive for October, 2007

Assenza


2007
10.30

Mi dispiace davvero molto interrompere lo già scarso flusso di post ma “ho da lavorà”…

Qual’è la particolarità di questo pseudo-Poe? (vietato googlare)


2007
10.11

Poe, E.
Near a Raven

Midnights so dreary, tired and weary.
Silently pondering volumes extolling all by-now obsolete lore.
During my rather long nap – the weirdest tap!
An ominous vibrating sound disturbing my chamber’s antedoor.
“This”, I whispered quietly, “I ignore”.

Perfectly, the intellect remembers: the ghostly fires, a glittering ember.
Inflamed by lightning’s outbursts, windows cast penumbras upon this floor.
Sorrowful, as one mistreated, unhappy thoughts I heeded:
That inimitable lesson in elegance – Lenore -
Is delighting, exciting…nevermore.

Ominously, curtains parted (my serenity outsmarted),
And fear overcame my being – the fear of “forevermore”.
Fearful foreboding abided, selfish sentiment confided,
As I said, “Methinks mysterious traveler knocks afore.
A man is visiting, of age threescore.”

Taking little time, briskly addressing something: “Sir,” (robustly)
“Tell what source originates clamorous noise afore?
Disturbing sleep unkindly, is it you a-tapping, so slyly?
Why, devil incarnate!–” Here completely unveiled I my antedoor–
Just darkness, I ascertained – nothing more.

While surrounded by darkness then, I persevered to clearly comprehend.
I perceived the weirdest dream…of everlasting “nevermores”.
Quite, quite, quick nocturnal doubts fled – such relief! – as my intellect said,
(Desiring, imagining still) that perchance the apparition was uttering a whispered “Lenore”.
This only, as evermore.

Silently, I reinforced, remaining anxious, quite scared, afraid,
While intrusive tap did then come thrice – O, so stronger than sounded afore.
“Surely” (said silently) “it was the banging, clanging window lattice.”
Glancing out, I quaked, upset by horrors hereinbefore,
Perceiving: a “nevermore”.

Completely disturbed, I said, “Utter, please, what prevails ahead.
Repose, relief, cessation, or but more dreary ‘nevermores’?”
The bird intruded thence – O, irritation ever since! -
Then sat on Pallas’ pallid bust, watching me (I sat not, therefore),
And stated “nevermores”.

Bemused by raven’s dissonance, my soul exclaimed, “I seek intelligence;
Explain thy purpose, or soon cease intoning forlorn ‘nevermores’!”
“Nevermores”, winged corvus proclaimed – thusly was a raven named?
Actually maintain a surname, upon Pluvious seashore?
I heard an oppressive “nevermore”.

My sentiments extremely pained, to perceive an utterance so plain,
Most interested, mystified, a meaning I hoped for.
“Surely,” said the raven’s watcher, “separate discourse is wiser.
Therefore, liberation I’ll obtain, retreating heretofore -
Eliminating all the ‘nevermores’ “.

Still, the detestable raven just remained, unmoving, on sculptured bust.
Always saying “never” (by a red chamber’s door).
A poor, tender heartache maven – a sorrowful bird – a raven!
O, I wished thoroughly, forthwith, that he’d fly heretofore.
Still sitting, he recited “nevermores”.

The raven’s dirge induced alarm – “nevermore” quite wearisome.
I meditated: “Might its utterances summarize of a calamity before?”
O, a sadness was manifest – a sorrowful cry of unrest;
“O,” I thought sincerely, “it’s a melancholy great – furthermore,
Removing doubt, this explains ‘nevermores’ “.

Seizing just that moment to sit – closely, carefully, advancing beside it,
Sinking down, intrigued, where velvet cushion lay afore.
A creature, midnight-black, watched there – it studied my soul, unawares.
Wherefore, explanations my insight entreated for.
Silently, I pondered the “nevermores”.

“Disentangle, nefarious bird! Disengage – I am disturbed!”
Intently its eye burned, raising the cry within my core.
“That delectable Lenore – whose velvet pillow this was, heretofore,
Departed thence, unsettling my consciousness therefore.
She’s returning – that maiden – aye, nevermore.”

Since, to me, that thought was madness, I renounced continuing sadness.
Continuing on, I soundly, adamantly forswore:
“Wretch,” (addressing blackbird only) “fly swiftly – emancipate me!”
“Respite, respite, detestable raven – and discharge me, I implore!”
A ghostly answer of: “nevermore”.

” ‘Tis a prophet? Wraith? Strange devil? Or the ultimate evil?”
“Answer, tempter-sent creature!”, I inquired, like before.
“Forlorn, though firmly undaunted, with ‘nevermores’ quite indoctrinated,
Is everything depressing, generating great sorrow evermore?
I am subdued!”, I then swore.

In answer, the raven turned – relentless distress it spurned.
“Comfort, surcease, quiet, silence!” – pleaded I for.
“Will my (abusive raven!) sorrows persist unabated?
Nevermore Lenore respondeth?”, adamantly I encored.
The appeal was ignored.

“O, satanic inferno’s denizen — go!”, I said boldly, standing then.
“Take henceforth loathsome “nevermores” – O, to an ugly Plutonian shore!
Let nary one expression, O bird, remain still here, replacing mirth.
Promptly leave and retreat!”, I resolutely swore.
Blackbird’s riposte: “nevermore”.

So he sitteth, observing always, perching ominously on these doorways.
Squatting on the stony bust so untroubled, O therefore.
Suffering stark raven’s conversings, so I am condemned, subserving,
To a nightmare cursed, containing miseries galore.
Thus henceforth, I’ll rise (from a darkness, a grave) — nevermore!

– Original: E. Poe
– Redone by measuring circles.

Come fare…


2007
10.09

Padre Pio disprezza i videogiochi


2007
10.09

Riporto uno stralcio di Troll – di Ciro Ascione, in effetti una delle ultime apparizioni dell’Associazione Borromeo:

Cari ragazzi,
come potete vedere, l'Associazione Borromeo continua la propria giusta opera
di persuasione sulle vostre giovani menti. Stavolta siamo venuti in possesso
di un documento eccezionale: alcuni atti del processo di beatificazione di
Padre Pio, resi noti alla Borromeo da alti funzionari del Vaticano.

Il Beato di Pietralcina, dopo la sua scomparsa, ha manifestato ripetutamente
dall'alto dei cieli la sua preoccupazione per l'indegno passatempo giovanile
noto a tutti con il nome di "videogioco". Sono infatti frequenti e
testimoniate le sue miracolose apparizioni per distogliere i ragazzi dalla
loro insana passione. La prima epifania di Padre Pio concernente questa
scottante problematica ha luogo il 13 maggio 1977 in una sala giochi di San
Giorgio a Cremano (NA). Il destinatario di tale privilegio è Fabio M.,
quattordicenne del luogo, che racconterà in seguito la sua sublime
esperienza al Vescovo di Napoli: "Era da due ore che giocavo a un videogioco
chiamato La Scimmia Pazza; a un certo punto, mi è sembrato evidente che il
personaggio che manovravo era padre Pio, mentre, al posto della scimmia,
sulle impalcature c'era un diavolo enorme che mi bombardava con palle di
fuoco". Sconvolto da tale apparizione, il ragazzo perde il controllo e
termina la partita; al posto della scritta "Gioco Finito", sullo schermo
appare "Non farlo più".
Ancora più straordinaria è l'esperienza di Ciro A., benzinaio di Potenza,
che nell'estate 1984 sta giocando alle Olimpiadi in un circolo cittadino.
Dopo aver battuto ogni record, vede l'immagine del santo Padre comparire
sullo schermo. Padre Pio guarda verso il ragazzo con aria severa e gli dice
"Guarda la tua mano destra". Il ragazzo osserva la sua mano (che per lungo
tempo aveva afferrato la leva di comando del videogioco, e vede una grande
piaga al centro. La voce di Padre Pio gli dice: "Io le piaghe le ho su
entrambe le mani, e sono il premio per la mia vita di sofferenza e
 preghiera".
Forse però l'evento di maggior rilievo è quello capitato l'anno scorso alla
quindicenne Concetta S., di Taranto. Rimasta sola in casa a giocare, ha
ricevuto la visita di un anziano signore, del tutto identico a Padre Pio,
miracolosamente materializzatosi nella sua camera da letto. Ascoltiamo
direttamente la testimonianza di Concetta: "Il Beato mi ha ammonito di non
giocare, e mi ha spiegato che ci sono occupazioni ben più importanti. Quello
che ho provato in seguito, non posso descriverlo; ricordo solo che è stato
bellissimo e doloroso insieme, e che alla fine la mia gonna era macchiata di
sangue. Ne ho parlato con il mio confessore, il quale ha confermato che si
tratta di una vera e propria estasi mistica".

Ci auguriamo che anche voi possiate raggiungere questa ineffabile estasi! E
che il caldo abbraccio di Padre Pio vi distolga dal vostro turpe passatempo!

Associazione Famiglie Cattoliche "San Carlo Borromeo"
Via delle Cento Fontane 33, Afragola (NA)
"Agnus cum leo iacebit, sed iactura pauce durabit"

Benni


2007
10.02

Puoi alzarti molto presto all’alba, ma il tuo destino si è alzato un’ora prima di te. (Proverbio africano).

In principio era il Sogno, che ebbe figli Siopé il silenzio e Mumusoin il rumore, da cui nacquero Dyaus il cielo, Indigo la terra e Caleb il riso da cui nacque il mare, in mezzo al quale spuntò l’isola di San Lorenzo a forma di piccola ranocchia, e nella testa della ranocchia sorse la capitale, e sul  terrazzo di una delle sue case, la sera di uno dei tanti giorni indifferenti a Dio, stava Alfonso il bello facendo ginnastica al suono del disco “Apache” vestito solo di uno slip di leopardo. Lo vide dalla finestra Olga la bella, lo trovò il più bello e sudato degli uomini e il cuore le diede un gemito nel petto come un calabrone nel bambù. Passarono così diversi minuti, i muscoli di Alfonso guizzando nel rosso della sera, Olga la bella rimirandoli, una macchina investì un passante e lo scaraventò contro un’altra, si fece capannello, era morto: l’anima salì al cielo un po’ bruciacchiata, era un’anima di dentista, l’ultima cosa che vide sulla terra fu il viso sognante di Olga alla finestra, e rimpianse alquanto di dover partire.

Se è vero che amore e morte sono legati ed è la stessa dea a dipanarne i fili, fu proprio quello il momento in cui tutto iniziò. Alfonso il bello sentì la strada animarsi, si mise attorno alle reni un asciugamano, anch’esso maculato, e si affacciò. Così vide Olga che in sottoveste color pesca si tormentava i lunghi capelli biondi: la freccia di Cupido percorse agevolmente i dieci metri scarsi tra i due balconi e traforò le dirimpettaie fronti. Alfonso giurò all’istante che se non avesse potuto avere quella bionda si sarebbe ucciso, privando il mondo di una muscolatura d’eccezione. Olga giurò che se non avesse potuto avere quel bellissimo ginnasta lo avrebbe ucciso. La situazione di partenza vedeva quindi nettamente svantaggiato Alfonso.

La sera stessa Porfirio, il vedovo, portò i suoi due figli, Disette e Diotto anni, in riva al mare a cercar conchiglie. La spiaggia di San Lorenzo ne era particolarmente sprovvista. Raccolsero alcuni fossili di anguria, numerosi cucchiaini da gelato e un pezzo di legno somigliante secondo Diotto a un gattino, secondo Disette a un marziano. Alla fine della spedizione scientifica Porfirio si sdraiò sulla sabbia e guardò le barche sanlaurentine, alcune verdi alcune blu, a mollo nel catrame del porto. Guardò i gabbiani tornare dalla città, sazi di immondizie. Guardò l’albergo di cui era proprietario, un ventisette camere che gli dava un reddito decoroso. Felice esser poteva ma felice non era. Mai come quella sera sentiva che la sua esistenza non aveva senso senza l’amore di Olga la bella. Così è infatti la vita, e gli indiani dicono che in essa la forza più potente sia una divinità dal nome lungo e minaccioso:

Amikinont’amanonamikit’ama

E’ il Dio degli amori non corrisposti, quello che si diverte a combinare in infiniti incontri sbagliati tutte le possibili infelicità e le possibili disperazioni.

Porfirio ama Olga ma non è corrisposto. E’ invece amato da Ernesto. Ernesto è un cameriere naturalmente malinconico che serve liquidi versicolori ai clienti del Bellevue, il caffè più elegante di San Lorenzo. La sera si veste da Brivido Arabo, metà odalisca, metà predone e va in cerca di amore nelle strade del porto. Fiera l’andatura, vorace la bocca, modica la tariffa.
Lì una notte incontra Porfirio appena deprivato di consorte, ubriaco, in lacrime. Si accorstano senza il parabordo delle consuetudini (siamo al porto). Ernesto si invaghisce di quell’uomo che piange con tanto stile, cita Catullo e lo tratta con gentilezza. La nottata è indimenticabile. So che vorreste saperne di più ma Porfirio si vergogna. Infatti dopo quella volta, si nega.

Ernesto invece è follemente amato da Cristina, giovane cameriera ricciuta che non capisce il perchè dell’indifferenza dell’ Adorato. E vuole lui, non Alfonso che la ama (così almeno fino a ieri) la ama e indossa per lei tutto il maculato che ha a disposizione, cravatta di giaguaro, cinture pitonoidi, persino una giacca di ocepardo, animale esotico che fa ribrezzo agli indigeni e ai suoi stessi simili.

Ecco quindi che la diabolica ruota gira, ma adesso è uscito un numero a sorpresa, cioè Alfonso e Olga si amano.
Se così non fosse avremmo un cerchio sacro completo con al centro Amikinont’ama. E cioè Olga che soffre d’amore per Alfonso che soffre per Cristina che soffre per Ernesto che soffre per Porfirio che soffre per Olga.
Ma Olga e Alfonso sono lì che si guardano, arriva l’ambulanza a portar via la spoglia del dentista, e loro si guardano. Olga tormenta i capelli biondi, Alfonso sta sudato nel vento anche se non gli fa bene, l’ambulanza riparte, al cinema mettono i cartelloni di “Les amants” (un caso? un trucco?).
Alfonso è sconcertato. Mai al balcone aveva provato più di uno scarno turbamento paesaggistico: ed eccolo lì imbambolato davanti alla bella tricotillomane.
Alfonso, o bestia che mai non amasti, cosa ti succede? Romanticamente la mano gli scende dentro gli slip di leopardo a soppesare i pro e i contro della vita. Sbadiglia. Olga gli trova belle anche le tonsille. E’ cotta la ragazza. Prima di chiudere la finestra, lo saluta inequivocabilmente lanciandogli un bacio.
E’ l’inizio di un bel casino…

dedicato a molte, molte persone…