Archive for March, 2008

J.L.Borges – La ricerca di Averroè


2008
03.29
S’imaginant que la tragédie n’est autre chose que l’art de louer…
ERNEST RENAN: Iverroès, 48 (1861)

Abulgualid Mohammed Ibn-Ahmed Ibn-Mohammed Ibn-Rushd (un secolo avrebbe impiegato questo lungo nome a divenire Averroè, passando per Benraist e per Avernriz, per Aben-Rassed e Filius Rosadis) stendeva l’undicesimo capitolo dell’opera Tahafut-til-Tahafut [Distruzione della distruzione] nel quale si afferma, contro l’asceta persiano Ghazali, autore di Tahafut-ul-Falsifaa [Distruzione dei filosofi], che la divinità conosce solo le leggi generali dell’universo, quel che si riferisce alla specie, non all’individuo. Scriveva con lenta sicurezza, da destra a sinistra; l’esercizio di formare sillogismi e di concatenare vasti paragrafi non gl’impediva di sentire con benessere la fresca e spaziosa casa che lo circondava. Il meriggio risuonava del roco tubare di amorose colombe; da un patio invisibile si levava il rumore d’una fontana; qualcosa nella carne di Averroè, i cui antenati venivano dai deserti d’Arabia, era grato al fluire dell’acqua. In basso erano i giardini, l’orto; in basso, il Guadalquivir percorso da imbarcazioni e l’amata città di Cordova, non meno illustre di Bagdad o del Cairo, simile a un complesso e delicato strumento, e intorno (anche questo sentiva Averroè) si ampliava fino alle frontiere la terra di Spagna, nella quale sono poche cose, ma dove ciascuna sembra starvi in modo sostanziale ed eterno.
La penna scorreva sul foglio, gli argomenti si intrecciavano, irrefutabili, ma una lieve preoccupazione offuscò la felicità di Averroè. Non la causava il Tahafut, lavoro fortuito, ma un problema d’indole filologica, connesso con l’opera monumentale che lo avrebbe giustificato davanti al mondo: il commento di Aristotele. Questo greco, fonte di tutta la filosofia, era stato dato agli uomini affinché insegnasse loro tutto ciò che si può conoscere; interpretare ì suoi libri, come gli ulema interpretano il Corano, era l’arduo proposito di Averroè. Poche cose registrerà la storia più belle e più patetiche di questo consacrarsi di un medico arabo ai pensieri di un uomo dal quale lo separavano quattordici secoli. Alle difficoltà intrinseche dobbiamo aggiungere che Averroè, non conoscendo il siriaco e il greco, lavorava sulla traduzione di una traduzione. Il giorno prima, due parole dubbie lo avevano arrestato al principio della Poetica. Le parole erano tragedia e commedia. Le aveva trovate, anni prima, nel terzo libro della Rettorica; nessuno, nell’àmbito dell’Islam, aveva la piú piccola idea di quel che volessero dire. Invano aveva sfogliato le pagine di Alessandro di Afrodisia, invano compulsato le versioni del nestoriano Hunain Ibn-Ishaq e di Abn-Bashar Mata. Quelle due parole arcane pullulavano nel testo della Poetica; impossibile evitarle.
Averroè depose la penna. Si disse (senza troppa fiducia) che quel che cerchiamo suole trovarsi vicino, mise da parte il manoscritto del Tahafut e si diresse allo scaffale dove si allineavano, copiati da calligrafi persiani, i molti volumi del Mohkam del cieco Abensida. Non si poteva supporre che non li avesse consultati, ma lo tentò l’ozioso piacere di sfogliare le loro pagine. Da tale distrazione lo distrasse una strana melodia. Guardò attraverso l’inferriata del balcone: giù, nel piccolo patio, giocavano alcuni ragazzi seminudi. Uno, in piedi sulle spalle di un altro, faceva evidentemente da muezzin; con gli occhi chiusi, salmodiava: “Non c’è altro dio che Allah.” Quello che lo sosteneva, immobile, faceva da minareto; un terzo, inginocchiato nella polvere, rappresentava i fedeli. Il giuoco durò poco; tutti volevano essere il muezzin,
nessuno i fedeli e il minareto. Averroè li udí litigare in dialetto volgare, cioè nel primitivo spagnolo della plebe musulmana della penisola., Aprí il Quitab-ulAin di Jalil e pensò con orgoglio che in tutta Cordova (e forse in tutto Al-Andalus) non esisteva una copia dell’opera pera perfetta quanto quella che l’emiro Yacub Almansur gli aveva mandata da Tangeri. Il nome di questo porto gli ricordò che il mercante Abulcasim. Al-Asharí, ch’era appena tornato dal Marocco, avrebbe cenato con lui quella sera in casa dell’alcoranista Farach.

….

Dolenti declinare. (rapporti di lettura all’editore). “Anonimi. La Bibbia” (U.Eco)


2008
03.23

Devo dire che quando ho cominciato a leggere il manoscritto, e per le prime centinaia di pagine, ne ero entusiasta. E’ tutto azione e c’è tutto quel che il lettore oggi chiede a un libro di evasione: sesso (moltissimo), con adulteri, sodomia, omicidi, incesti, guerre, massacri, e così via.
L’episodio di Sodoma e Gomorra con i travestiti che vogliono farsi i due angeli è rabelasiano, le storie di Noè sono del puro Salgari, la fuga dall’Egitto è una storia che andrà a finire presto o tardi sugli schermi… Insomma, il vero romanzo fiume, ben costruito, che non risparmia i colpi di scena, pieno di immaginazione, con quel tanto di messianismo che piace, senza dare nel tragico.
Poi andando avanti mi sono accorto che si tratta invece di una antologia di vari autori, con molti, troppi, brani di poesia, alcuni francamente lamentevoli e noiosi, vere e proprie geremiadi senza capo né coda.
Ne viene fuori così un omnibus mostruoso, che rischia di non piacere a nessuno perché c’è di tutto. E poi sarà una grana reperire tutti i diritti dei vari autori, a meno che il curatore non tratti lui per tutti. Ma di questo curatore non trovo mai il nome, nemmeno nell’indice, come se ci fosse ritegno a nominarlo.
Io direi di trattare per vedere se si può pubblicare a parte i primi cinque libri. Allora andiamo sul sicuro. Con un titolo come I disperati del Mar Rosso.

Umberto Eco

Installare in una volta sola Java, Flash, Mp3 ed altro su Ubuntu


2008
03.23

So che è già stato segnalato in migliaia di altri posti, ma non fa mai male ripeterlo.

Uno dei dubbi per chi passa ad Ubuntu per la prima volta è: “Perchè non riproduce gli mp3?” o “Dov’è il plugin per Flash player?” o ancora “Come installo i font di Windows?”.

La soluzione è:


sudo apt-get install ubuntu-restricted-extras

Settare Ubuntu 7.10 (Gutsy Gibbon) per un server domestico


2008
03.23

Dato che ho avuto molto a che fare con Ubuntu 7.10 ultimamente, mi sento un po’ in dovere di condividere alcune cose a riguardo.

Vediamo come personalizzare un po’ questa distribuzione per renderla più semplice da usare e come settare correttamente Apache per creare un piccolo sito della propria intranet domestica.

Parto dal presupposto che Apache2 sia installato, con MySQL e PHP5, e che Linux sia un sistema operativo a noi “familiare”.

Prima di tutto creiamo uno script in bash che ci consentirà di fare il backup di tutto quello che facciamo, non tanto per tornare ad una configurazione iniziale, ma per non perdere tutte le modifiche nel passaggio, ad esempio, ad un’altra distribuzione o dopo una reinstallazione di Ubuntu.

Creiamo nella nostra home una cartella bin che andremo ad aggiungere al nostro PATH, non con export, che lo salva solo per la sessione attuale, ma aggiungendo a /home/utente/.bashrc il comando:
export PATH="$PATH:/home/utente/bin
e verifichiamo che sia effettivamente funzionante salvando (se come me usate in prevalenza emacs C-x,C-s) e chiudiamo il file (C-x,C-c) e lanciando da shell dopo aver ricaricato la sessione:
echo $PATH
Se compare alla fine la riga che avevamo aggiunto, siamo pronti a creare il nostro script di backup.


touch /home/user/bin/backupscript.sh

chmod a+x /home/user/bin/backupscript.sh

Apriamo quindi il file con il nostro editor di testo preferito e scriviamo:


#!/bin/bash
# Semplice script per effettuare il backup di files di
# configurazione o altre cose importanti
#
# Aggiungere una linea di cp per ogni directory o file da
# salvare
#
cp -r /etc/apache2/ /home/fixed/backup/apache/conf/
cp -r /var/www/ /home/fixed/backup/apache/www/
tar czf /root/backup.tar.gz /home/fixed/backup/
echo ""
echo "backup salvato in /root/backup.tar.gz"
echo ""
echo "backup terminato"
echo ""

Ovviamente il mio utente è fixed, mettete il vostro.
Dovremo quindi aggiungere una riga di cp ad ogni modifica che facciamo, e alla fine nella cartella /root/ troveremo il nostro tar.gz con tutte le modifiche. Consiglio di fare comunque dei backup preventivi prima di modificare i file di configurazione di Apache
Dovrete creare anche la struttura di sottocartelle all’interno della vostra home, o in alternativa modificare questo semplice script.

Andiamo ora a modificare il nostro file .bashrc per renderlo un po’ più utile:
decommentiamo

#if [ -f ~/.bash_aliases ]; then
# . ~/.bash_aliases

#fi

e creiamo sempre con touch un file chiamato .bash_aliases all’interno del quale inseriremo:

alias apt='sudo apt-get install'
alias remove='sudo apt-get remove'
alias search='sudo apt-cache search'
alias ll='ls -l --color=auto'
alias aprestart='/etc/init.d/apache2 restart'

In modo da poter installare senza problemi programmi, rimuoverli e cercare all’interno dei repository ciò che vogliamo.
ll servirà per non dover digitare ogni volta un ls -l e l’ultimo alias a ricaricare Apache da qualsiasi directory (ne avremo davvero bisogno).

Aggiungiamo quindi all’interno del nostro script di backup le linee:

cp /root/.bashrc /home/fixed/backup/general
cp /root/.bash_aliases /home/fixed/backup/general

subito dopo gli altri cp, e creiamo se necessario la struttura in sottocartelle. So che questa si potrebbe fare in automatico, ma non è neanche lo script di backup più performante del mondo. E’ solo rapido da scrivere.

Per rendere la nostra shell un po’ più movimentata, aggiungiamo delle frasi carine dette da animaletti che compariranno ad ogni apertura:

sudo su
apt cowsay

e aggiungiamo alla fine di .bashrc

echo ''
echo ''
if [ -x /usr/games/fortune ]; then
/usr/games/fortune -a fortunes literature riddles | cowsay -f bud-frogs

fi
echo ''

In questo modo delle simpatiche rane diranno un po’ di cose strane all’apertura di ogni nuova shell bash.

Per essere sicuri di non perdere nulla (uno dei miei più grandi terrori) modifichiamo ancora il nostro script di backup aggiungendo:

cp -R /usr/shared/games/fortune/ /home/fixed/backup/fortune a backupscript.sh

e creando le relative sottocartelle.

Se avrò tempo in un prossimo post descriverò i VirtualHost che ho creato e discuterò di come si possa usare SSL per ottenere un’autenticazione “semi-sicura” per l proprio sito web.

Cowsay