Un libro dalle forti pretese letterarie che tuttavia rimangono tali. Buonismo insensato, adatto ad un pubblico di vent’enni con tardive turbe adolescenziali in vena di qualcosa di “serio” dal leggere sotto l’ombrellone. Una storia banale e dallo spessore solo apparente, neanche “il vecchio e il mare” è riuscito a fare tanto.
Poche pagine, poche idee, apprezzabile da ignoranti che vogliono sembrare qualcun altro.
E’ un mio giudizio, l’ho letto e riletto anni fa, ma come al solito bisogna vedere chi lo legge per capirlo veramente…Si inserisce a buon merito in quella schiera di media fatta da gruppi rock italiani con testi finto-allucnati-sentimental-sinistroidi, settimane enigmistiche, vacanze a Barcellona, “Manca poco alla tesi”, “Per me la tecnologia è arabo”.
Senza voler per forza arrivarea proclamare tutta la letteratura di massa come malvagia, tenetevi alla larga dalla tiratura, se andate in vacanza il libro non vi serve, cercate di vedere il posto dove siete. Se non c’è nulla da vedere avete scelto il posto sbagliato.
Nel novembre del 1980 Kit Galloway e Sherrie Rabinowitz realizzarono Hole in Space (Buco nello spazio) un’installazione ad accesso pubblico, sospesa tra il Broadway Store di Los Angeles e il Lincoln Center di
New York. Per tre sere consecutive, due schermi situati nei due centri furono collegati via satellite, producendo in tempo reale le immagini provenienti dall’altra costa. I passanti potevano così ascoltare e vedere, a figura intera, le persone dell’altra città, ma non sè stessi. Il risultato era quello di un contatto virtuale che rendeva la tecnologia trasparente e azzerava, attraverso il tempo reale, la distanza spaziale. Un buco nello spazio non diverso dai meccanismi della diretta televisiva, ma affidato questa volta interamente al pubblico, senza che vi fosse alcuna regia a filtrarne feedback e contenuti. Non essendo stato pubblicizzato in anticipo, l’evento produsse una serie di reazioni simili a un microcosmo del processo di acculturazione.Il primo giorno fu caratterizzato dalla scoperta casuale e dalla sperimentazione spontanea delle potenzialità offerte da quella nuova zona di possibilità sociali. Il secondo vide, attraverso il meccanismo del passaparola, un’affluenza più alta di persone che giungevano sul posto già preparate per l’esperienza: vi furono incontri di amanti, riunioni familiari, flirt e scambi di numeri telefonici. Ma anche interazioni visive e performative tra sconosciuti che abbandonarono l’aspetto acustico (chiunque può parlare al telefono) sfruttando le potenzialità visuali offerte dal nuovo mezzo. Il terzo giorno, la forte pubblicizzazione mass-mediatica produsse la partecipazione di una folla incontrollabile, in cui ciascuno premeva per gettare uno sguardo o una voce dall’altra parte e conquistarsi pochi secondi d’interazione.
Tratto da net.art
