Archive for May, 2010

D.C. sleeps alone tonight


2010
05.28

Smeared black ink.
Your palms are sweaty,
and I’m barely listening
to last demands.
I’m staring at the asphalt wondering
“What’s buried underneath where I am?”
(Where I am)

I’ll wear my badge:
a vinyl sticker with big block letters
adhered to my chest
tells your new friends
“I am a visitor here… I am not permanent.”
And the only thing keeping me dry is…
(Where I am)

You seem so out of context,
in this gaudy apartment complex.
A stranger with your door key,
explaining that I’m just visiting.
And I am finally seeing
why I was the one worth leaving.
Why I was the one worth leaving.

D.C. sleeps alone tonight.

(Where I am)
You seem so out of context
in this gaudy apartment complex.
(Where I am)
A stranger with your door key
explaining that I’m just visiting.
(Where I am)
And I am finally seeing
why I was the one worth leaving.
Why I was the one worth leaving.

(Where I am)
The District sleeps alone tonight
after the bars turn out their lights
(Where I am)
and send the autos swerving
into the loneliest evening.
(Where I am)
And I am finally seeing
why I was the one worth leaving.
why I was the one worth leaving.
why I was the one worth leaving.
why I was the one worth leaving.

E.A.Poe – L’Uomo della Folla


2010
05.22
Ce grand malheur de ne pouvoir être seul!
La Bruyère
È stato detto, molto opportunamente, d’un libro tedesco: «Es läßt sich nicht lesen», e cioè che esso non si lascia leggere. Vi sono, difatto, dei segreti che non consentono a rivelarsi. Taluni uomini muoiono, a notte, nel loro letto, torcendo le mani agli spettri cui si confessano e riguardandoli pietosamente coi loro occhi smarriti… e v’è chi muore disperato con la gola strozzata dalle convulsioni per l’orrore dei misteri che non vogliono svelarsi. Troppo spesso, ahimè, l’umana coscienza porta seco un tale fardello d’orrore che non riesce a sbarazzarsene se non nella tomba. E in tal modo, l’essenza di tutti i delitti rimane impenetrabile.
Non molto addietro, in sul finire d’una sera d’autunno, me ne stavo seduto davanti alla grande vetrata del caffè D., a Londra. Ero stato ammalato per lunghi mesi e, allora, appena convalescente, mentre man mano mi tornavano le forze, ero in una di quelle beate disposizioni dell’animo che hanno le caratteristiche opposte a quelle della noia, quando cioè gli appetiti morali sono ben tesi, e il velo che annebbia la mente è squarciato – l’”aklus e prin epen” – nel mentre che l’intelletto, come elettrizzato, supera di molto le sue giornaliere capacità, al modo medesimo che il nitido razionalismo di Leibniz vince sulla stolida e melliflua oratoria di Gorgia. Lo stesso respiro m’era un godimento senza pari. E persino le innumeri origini dei miei malanni, in quel momento, non mi davano che gioia. Provavo un sereno e pur profondo interesse in qualsiasi oggetto. Con un sigaro in bocca e una gazzetta sulle ginocchia, mi ero divertito ora a leggere gli avvisi economici, ora ad esaminare la promiscua clientela del caffè, ora a guardare al di là dei vetri appannati dal fumo della strada.
Quest’ultima era una delle principali arterie della città ed era stata affollata l’intero dì. La calca s’era ispessita all’imbrunire, ogni istante di più, sino a che, all’accendersi dei becchi, cominciò a fluire in due opposte direzioni dense e continue. Non mi ero mai trovato, in quel particolare momento della sera, nella disposizione d’animo in cui mi trovavo allora, e il mareggiare in tumulto di quella folla di teste umane mi empiva d’una deliziosa e fresca emozione. Per modo ch’io cessai affatto di prendere un qualsiasi interesse a ciò che accadeva nel caffè e mi concentrai, per contro, su quel che vedevo accadere di fuori.
Le mie osservazioni furono, da principio, astratte e generiche. Cominciai col considerare i passanti sotto il loro aspetto di massa e avendo la mente solo ai loro rapporti collettivi. Ma venni dipoi, e gradualmente, ai particolari e m’applicai in un minuto esame allo scopo di vagliare la diversità dei tipi dai loro vestiti, dall’aspetto, dall’andatura, dai volti e dall’espressione, infine, delle loro fisionomie.
Eran, la maggior parte, uomini dall’aria soddisfatta e pacifica di chi fa professione d’affari e sembravano occupati a null’altro che ad aprirsi un varco tra la ressa. Colle sopracciglia aggrottate, movevano qua e là gli occhi, vivacemente, e se accadeva che qualcuno li urtasse, senza tuttavia impazientirsi, si raggiustavano i panni e tiravano innanzi. Altri, anch’essi in gran numero, avanzavano inquieti, col volto paonazzo e, in mezzo a ogni sorta di gesticolazioni, parlavan tra sé come se fosse proprio quella infinita moltitudine a farli sentir soli con loro stessi. E qualora accadeva loro di doversi fermare per un qualche inciampo, smettevano all’istante di borbottare ma raddoppiavano, per contro, i loro gesti e, con sulla faccia un distratto riso ed esorbitante, al certo, la loro effettiva allegria, attendevan che gli altri, sul cammino dei quali s’erano inseriti, continuassero la loro strada. Se poi accadeva che venissero urtati, si profondevano subito in iscuse ed inchini, dando atto della più profonda costernazione. Coteste due numerosissime categorie di persone, oltre ciò che ho detto, non presentavano nient’altro di notevole. I loro abiti appartenevano a quel genere di indumenti che sono oltremodo ben definiti dall’aggettivo decente. Dubbi sulla loro condizione non ce ne potevano essere. Nobili erano, o mercanti, o magistrati, o provveditori, o agenti di borsa – cupatridi e plebe – sia che vivessero di rendita, sia che trafficassero sulla propria o sull’altrui responsabilità. Essi non attrassero troppo la mia attenzione.
Passai, così, alla massa degli impiegati che potevano, ancor essi, essere distinti in due categorie. Quelli che appartenevano alle piccole ditte, innanzi tutto, i quali eran giovanotti dagli abiti attillati, dai capelli grassi di pomata, dagli stivali ben lustri e dal labbro insolente, e ancora avevano andatura baldanzosa, che io non saprei definire meglio che con la parola impiegatizia, e mi sembrò che si comportassero secondo quella che, soltanto un anno o un anno e mezzo innanzi, era stata la perfezione del bon ton. Essi sfoggiavano le loro dimesse grazie borghesi e tanto è sufficiente a definirli. L’altra categoria era invece formata dagli impiegati superiori appartenenti a imprese più solide, gli steady old fellows, insomma, e anche sul loro conto non c’era da prendere abbagli. Costoro si davano a conoscere di primo acchito, per , loro ampi abiti scuri, per le cravatte e i gilé bianchi, le scarpe comode e forti, le calze grosse e infine per le uose. Eran quasi tutti calvi, e le loro orecchie destre, avvezze da tempo, ormai, a reggere la penna, sporgevano in fuori con la punta ripiegata in modo curioso e ridicolo. Osservai che essi si levavano e si rimettevano il cappello con tutt’e due le mani, e che portavan tutti degli orologi con certe catene tozze e massicce e di foggia sorpassata. Essi ostentavano tutti d’esser persone rispettabili, posto che esista un tipo tanto onorevole di ostentazione.
Vidi ancora numerosi individui di apparenza brillante e subito compresi che non potevano essere se non i tagliaborse, i quali infestano immancabilmente le grandi città. Io li osservai a lungo e con curiosità, e mi domandai che cosa poteva farli scambiare per dei gentiluomini, appunto, dai veri gentiluomini. I loro voluminosi polsini, e l’aria di eccessiva franchezza che si prestavano, li davano a conoscere, anche costoro, alla prima occhiata.
I giocatori di professione eran quelli che s’avvistavano con sicurezza anche maggiore ed infatti ne ebbi a notare diversi. Vestivano nei modi più bizzarri e differenti, da quello del maquerau patentato, col gilé di velluto, la cravatta a colori fantasia, la catena di rame dorato e i bottoni di filigrana, all’altro, scrupolosamente disadorno, dell’uomo di chiesa che consente di non destare alcun sospetto all’ingiro. Avevan tutti, però, la carnagione scura, l’occhio annebbiato e le labbra pallide. E ancora, perché si potessero subito riconoscere, presentavano altre due caratteristiche: vale a dire il tono basso di voce che ostentavano un po’ tutti, e la non diffusa abitudine di stendere continuamente il pollice in modo da formare un angolo retto colle altre dita. Eppure in mezzo a cotesti mariuoli, mi accadde di notare che avevano abitudini e inclinazioni più particolarmente eccezionali e che nondimeno li dimostravano uscenti dalla medesima risma. A volerli esattamente definire, si potrebbe dire, di essi, che vivono della loro furbizia e vanno divisi parimenti in due categorie; quella dei dilettanti e l’altra dei militanti, la prima delle quali possiede come caratteristica le lunghe zazzere e i sorrisi, mentre l’altra va fiera degli alamari e delle sopracciglia aggrottate.
E come venni più in basso nella scala sociale, incontrai più sinistri e meditativi soggetti di indagine. Vidi così merciaiuoli ebrei dalle facce che mostravano in ogni lor tratto la più abbietta umiliazione, eccetto che nel brillio degli occhi, simili a quelli dei falchi; sfacciati individui i quali s’erano dati alla mendicità soltanto per entrare in ipocrita e torva concorrenza coi mendicanti reali che soltanto la disperazione aveva ridotti a quell’esercizio, grami, spettrali, malati, sui quali la Morte aveva già posato la sua mano ad abbrancarli, e che si trascinavano stentando tra la calca, fiutando, con supplici sguardi, nei volti del prossimo, una qualche fortuita consolazione, una qualche perduta speranza. E ancora modeste ragazzette che tornavano a casa dal loro lungo e affaticante lavoro senza gioia, e che si ritraevano, più avvilite che sdegnate, alle occhiate di quegli insolenti di cui era impossibile evitare il contatto. E donne pubbliche d’ogni età e grado, da quelle nel pieno fiorire d’una incontestabile bellezza che riportano alla mente la statua, di cui dice Luciano che è foggiata di pario marmo all’esterno ed è sostenuta di dentro dal fango e dalla sozzura, alle altre abbiette e ripugnanti, lebbrose rivestite di cenci, streghe grinzose sovraccariche di belletti e di falsi gioielli, nell’ultimo sforzo di apparir giovani, e ancora alle fanciulle dal corpo ancora acerbo, ma già perfidamente addestrate, da qualche prolungata convivenza, alle orribili civetterie di quel loro commercio e divorate dall’ambizione di eguagliare, nel vizio, le compagne più anziane. E ubriachi, infine, in un numero inusitato, dall’aspetto indescrivibile, barcollanti, taluni, nei loro cenci, mentre procedevano dinoccolati colle facce illividite e gli occhi vitrei dei cadaveri, e propriamente vestiti ma insudiciati tal’altri, e a fatica disinvolti, con le grasse labbra sensuali e le facce ispiranti una rubizza cordialità e altri ancora insaccati in indumenti che erano stati eccellenti in un tempo lontano e che apparivano oggetto, tuttora, d’attente e amorose spazzolature, e che venivano innanzi con andatura più rigida, ovvero più elastica del verosimile, eppure orribilmente pallidi nel volto, con lampi selvaggi negli occhi accesi e persi nella continua ricerca, pur nel loro frettoloso orgasmo, di qualcosa a cui avvinghiarsi colle loro dita tremanti. E pasticcieri e cascherini e carbonai e spazzacamini e suonatori ambulanti d’organino e operai laceri e lavoratori d’ogni specie, esausti dalla loro fatica, chiassosamente affaccendati in un continuo e sregolato andirivieni che offendeva l’occhio per la sua assenza d’armonia.
E come la notte avanzava, più cresceva in me l’interesse per quello spettacolo. E non soltanto perché la folla mutava, col rarefarsi dei migliori, i suoi tratti più nobili e accentuava, col graduale eruttar delle infamie, i più volgari, ma anche perché la luce dei becchi di gaz, flebile, dapprima, nella sua lotta col giorno che moriva, andava man mano rinfrancandosi e avviluppando gli oggetti col suo spasmodico, abbagliante brillio. Tutto era nero ma tutto, insieme, riluceva, simile a quell’ebano cui fu paragonato lo stile di Tertulliano.
I nuovi e strani effetti di quella luce mi inducevano a scrutare le fisionomie dei singoli individui, e nonostante essi passassero rapidamente dinanzi alla vetrina, consentendo appena che io li sbirciassi d’una sola occhiata, pure ritenni per quella mia particolare disposizione dello spirito, di poter leggere, con quell’unica, la storia di lunghi anni.
Avevo la fronte incollata al vetro e me ne stavo da null’altro occupato che da quella bizzarra rassegna, allorché la fisionomia d’un vecchio di sessantacinque o settant’anni attirò la mia attenzione, per l’assoluta singolarità della sua espressione. Non rammentavo d’aver mai veduto una cosa del genere. Com’ebbi posato lo sguardo su quel volto, il primo pensiero che attraversasse il mio cervello fu che se Retszch lo avesse incontrato, subito ne avrebbe fatto un modello per le sue rappresentazioni pittoriche del demonio. Nell’atto medesimo che io compivo di guardarlo, le più stravaganti immagini di genio e d’avarizia, di cupidigia e di avidità, di malizia, di circospezione, di ferocia, d’orgoglio, di gioia, di panico e infine di intensa e suprema disperazione, mi invasero, in frotta disordinata, la mente, nel mentre ch’io mi sforzavo, invano, di penetrarne il significato. D’un subito mi sentii più che mai sveglio e soggiogato. «Quale furiosa storia non è suggellata in quel petto!», mi dissi. E, compreso d’un desiderio ardente di non perdere di vista quell’uomo e di conoscere sul suo conto qualcosa di più, mi infilai il pastrano in un sol gesto, agguantai il cappello ed il bastone e mi lanciai nella strada, aprendomi a fatica una via nella calca nella stessa direzione in cui quegli sembrava essere scomparso. Pervenuto, non senza qualche difficoltà, a ritrovarlo, e raggiunto che l’ebbi, gli tenni dietro, a distanza breve, studioso, nondimeno, com’è naturale, di non risvegliare alcun suo sospetto.
Avevo, intanto, l’opportunità d’esaminare la sua persona. Egli era basso di statura e molto magro, come anche allo stremo delle sue forze. Gli abiti erano sudici e a brandelli. Al bagliore dei becchi, sotto ai quali, di tratto in tratto, egli passava, m’avvidi che aveva una camicia e che essa, benché fosse sudicia, era d’un finissimo tessuto, e attraverso una spaccatura della sua giacca attillata – la quale appariva acquistata d’occasione – mi sembrò vedere, se la vista non ebbe a giocarmi, il brillio d’un diamante, ovvero d’un dado. Tutto questo valse ad eccitare vieppiù la mia curiosità ed io decisi di seguire lo sconosciuto per ogni dove, in qualsiasi luogo egli fosse andato.
La notte, ormai, era scesa completamente, ed una nebbia umida e densa, la quale, poco dopo, si tramutò in una pioggia sottile, fastidiosa e insistente, avvolse la città in tutta la sua estensione. Quel mutamento delle condizioni atmosferiche sortì un effetto bizzarro sulla folla, la quale, agitandosi tutta con nuovo e unisono movimento, riparo sotto un universo di parapioggia. Gli ondulamenti, gli urti, la confusione furono accresciuti le dieci volte tanto. Quanto a me, non mi diedi, per la pioggia, alcun pensiero e per la febbre, anzi, che ancora mi si annidava nel sangue, quella umidità mi comunicava lo squisito piacere del rischio. Portai un fazzoletto alla bocca e tirai innanzi. Il vecchio seguitò a fatica la sua strada, lungo il corso, per tutta una mezz’ora ed io, per evitare di perderlo di vista, camminavo, con lui, di pari passo, gomito a gomito. Ma non volgendo egli giammai il capo a guardare, non s’accorse di me. A un tratto infilò una via trasversale, meno affollata dell’altra dove avevamo camminato fin lì, la quale gli consentì di cambiare il ritmo dell’andatura e di prendere un passo più lento e meno risoluto, che mi parve, a tratti, perfino esitante. Egli attraversava la via, dall’uno all’altro marciapiede, senza che vi fosse, per questo uno scopo apparente, e mi costrinse, così, a ripetere quel suo curioso andirivieni. La via era stretta e molto lunga ed egli impiegò, a percorrerla tutta, press’a poco un’ora, per modo che la folla, infine, s’era ridotta appena a quella che si può vedere solitamente a Broadway verso mezzodì, nelle immediate adiacenze del parco (io faccio un tale rilievo, s’intende, solo per dare a vedere la differenza che passa tra la folla di Londra e quella della più popolosa città d’America). Una seconda svolta lo menò a una piazza piena di luce e di vita: quivi lo sconosciuto riprese il suo contegno di prima, lasciò cadere il mento sul petto, roteò furiose occhiate per tutto all’intorno di sotto alle sopracciglia corrugate e, mirando la gente che l’incrociava, riprese a camminare con una certa fretta e risoluzione. Com’ebbe compiuto un intero periplo della piazza, io fui non poco sorpreso nell’accorgermi ch’egli tornava indietro sui suoi passi e la sorpresa crebbe allorché lo vidi ricominciare una seconda volta e quindi una terza, e una quarta e via di seguito. E a un tratto, essendosi voltato improvvisamente, fu a un pelo dall’accorgersi di me che lo seguivo.
In quell’esercizio, dunque, egli impiegò un’altra oretta così che, allo scoccare di quella, la folla era divenuta tanto rada da non costituire più un intralcio al cammino. La pioggia cominciò a cadere con rinnovata violenza e, come il freddo morse più intenso, i passanti cominciarono e ritirarsi nelle loro case. Lo sconosciuto, allora, con un gesto come d’impazienza, infilò una nuova traversa quasi affatto deserta. Lungo di essa, vale a dire all’incirca per tutt’intero un quarto di miglio, egli mantenne un passo tale che io a stento potevo tenergli dietro, tale che, per un uomo della sua apparente età, poteva sembrare incredibile. In pochi minuti egli arrivò così in un vasto e tumultuante mercato che pareva essergli più che familiare, e ancora una volta riprese il suo andirivieni senza motivo, in mezzo alla folla dei venditori e degli acquirenti.
Per tutt’intera l’ora e mezza che egli vi si trattenne, fui costretto a usare una accorta prudenza per non perderlo di vista e nello stesso tempo non attrarre la sua attenzione. Avevo, per fortuna, un paio di soprascarpe di caucciù e grazie ad esse, nel mentre che camminavo, non producevo alcun rumore, così che egli non poté avere alcun sospetto che io lo stavo spiando. Visitò tutte le botteghe, una dopo l’altra, e nondimeno non contrattò nulla, né pronunziò alcuna parola, ma solo buttò sulla merce uno sguardo smarrito e assente. Per modo che io, al colmo della meraviglia per quella sua condotta, mi Incaponii maggiormente a non abbandonarlo, innanzi che non avessi, in qualche modo, soddisfatta la curiosità che egli mi ispirava.
Un rimbombante orologio batté in quel punto gli undici tocchi, e la gente sfollò in fretta. Un bottegaio, nel mentre che applicava la sua saracinesca, picchiò il vecchio con una gomitata e questi apparve, d’un subito, squassato da un violento tremore per tutta la persona. Si buttò a precipizio nella via, dopo aver guatato attorno in ansia e poi si mise a correre per un labirinto di straduzze deserte fintanto che non ebbe di nuovo raggiunta la grande arteria da cui eravamo partiti e cioè la via dove s’apriva il caffè D. L’aspetto di questa era, a quell’ora, del tutto mutato. Fulgeva, ancora, di tutti i suoi becchi, ma per la pioggia ostinata e fitta non vi passava quasi più nessuno. Vidi lo sconosciuto sbiancarsi man mano. Mosse, palesemente irritato, qualche passo e poi ripiegò nella direzione del fiume, attraversando un nuovo labirinto di vicoli, fintanto che giunse in vista d’uno dei maggiori teatri della città, nel mentre che la folla, a spettacolo finito, si riversava, da tutte le porte spalancate, nella strada. Il vecchio, allora, aperse la bocca come per emettere un gran respiro che avesse covato, e lo vidi buttarsi a capofitto frammezzo alla folla. L’espressione di profonda angoscia, di cui portava i segni sul viso, parve distendersi; reclinò nuovamente il capo sul petto e nuovamente apparve quale lo avevo visto nel primo istante. Osservai ch’egli s’era incamminato seguendo la strada più affollata e, nondimeno, il suo comportamento rimaneva del tutto incomprensibile.
Ma poiché il gruppo dietro al quale egli sembrava essersi messo, si diradava man mano, m’accorgevo che il poveretto era riacciuffato dalla sua inquietudine di prima. Si trascinò ancora qualche tempo dietro un ultimo relitto di folla, una dozzina appena di schiamazzatori, ma come costoro, separandosi un po’ alla volta, rimasero, allo svolto d’un vicolo oscuro, soltanto in tre, lo sconosciuto si fermò, e rimase un attimo sopra pensiero. Preda, poi, d’una straordinaria agitazione, egli infilò, a rapidi passi, una via che ci menò a una delle estreme propaggini della città, in luoghi del tutto differenti da quelli che avevamo attraversati fino allora, in un quartiere dei bassifondi londinesi, dove ogni oggetto portava il marchio della più miserabile abbiezione e del vizio più disperato. Alla torbida luce dei becchi di gaz, intravvidi alti e vecchi caseggiati di legno rosicchiati dai tarli e raggruppati tra loro in un modo così sregolato e capriccioso che sembrava non esistesse alcun andito per potervi passare frammezzo. Il rigoglioso crescere delle erbacce aveva svelti, qua e là, i ciottoli del selciato ed immondizie imputridite stagnavano nelle cunette: l’atmosfera intorno era pregna di desolazione. Ma nel mentre che noi procedevamo, il rumore della vita ci veniva incontro, man mano, sempre più distinto e, a un tratto, vedemmo, nell’oscurità, scomposte torme di gente che s’agitava: erano le più abbandonate canaglie della plebaglia londinese. Il vecchio parve allora rianimarsi di nuovo e palpitare d’un guizzo di vita simile a quello che manda una lampada che sia presso a estinguersi, e ancora una volta riprese a camminare con una certa risoluzione e speditezza. A una svolta, un bagliore fiammeggiò dinanzi ai nostri sguardi. E difatto noi eravamo sulla soglia di uno dei più maestosi templi che i sobborghi abbiano eretti, in nome dell’intemperanza, al dèmone Gin.
Era l’alba, ormai, e una folla di ubriachi si stipava ancora di fronte al pomposo accesso. Il vecchio trattenne a metà un grido di gioia selvaggia e di nuovo si buttò in mezzo alla calca, e di nuovo riprese il suo primitivo atteggiamento nel mentre che misurava in lungo e in largo, senza alcuno scopo plausibile, l’ingresso del locale. Egli non era occupato da gran tempo, in quell’esercizio dell’andare e venire, allorché un fiotto di gente che si precipitò dall’interno, verso le porte, fece capire che era giunto il momento di chiudere. Ciò ch’io potei leggere allora, nel volto dell’individuo sul quale la mia curiosità si stava esercitando con tanto accanimento, era qualcosa che passava, per l’intensità, la rappresentazione di un’anima disperata. Ed egli, tuttavia non si diede per vinto, e in un novello e pazzo impulso ritornò sui suoi passi verso il cuore possente di Londra. Corse per lungo tempo e con grande velocità ed io non smettevo di tenergli dietro, portato quasi dalla mia stessa meraviglia, deciso fino in fondo a non desistere da quella indagine che avevi assorbito tutt’intere le mie facoltà. Correvamo ancora quando sorse il sole e quando raggiungemmo ancora una volta il centro della città popolosa, e cioè a dire la via del caffè D., noi vi ritrovammo, nuovamente desti, il movimento e l’attività della calca che lo avevano caratterizzato il giorno innanzi. E in quel tumulto che s’accresceva ad ogni istante, io continuai vieppiù l’inseguimento dello sconosciuto. Ed egli, come la notte precedente, non faceva che andare e venire, né, per tutt’intera quella giornata, ebbe benché minimamente ad allontanarsi dal vortice spietato di quella via.

Annientato dalla fatica com’ero, al cader della seconda sera, affrontai risolutamente lo sconosciuto e lo fissai negli occhi. Ma egli fece la vista di non accorgersene. E riprese, d’un subito, la sua solenne andatura, mentre io rimanevo immobile a riguardarlo, e a seguirlo non mi bastava più l’animo. «Questo vecchio», dissi allora a me stesso, «è il genio caratteristico del delitto più efferato. Egli non vuole rimanere solo. È l’uomo della folla. Sarebbe invano che lo continuassi a seguirlo, giacché non riuscirei a sapere di lui e delle sue azioni nulla più di quanto egli già non mi abbia fatto sapere. Il più malvagio cuore che esista al mondo è un libro ancor più volgare dell’Hortulus animae e dobbiamo gratitudine alla pietà di Dio che es läßt sich nicht lesen».

L’idiozia di osare


2010
05.21

Riporto molto volentieri un articolo de “Il  Post“:

Clara Palomba è morta il 13 maggio 2008, a sedici anni, di diabete. Qualche mese prima i suoi genitori avevano deciso di sospendere la terapia di insulina che le permetteva di condurre una vita normale. Si erano rivolti a una guaritrice, omeopata, naturopata. Marjorie Randolph, in arte Maya. Diceva di essere esperta di antroposofia, una disciplina a metà tra la filosofia e la medicina alternativa.

Maya dice ai genitori di Clara che le punture di insulina non sono necessarie: e un mix di vitamine e integratori può essere sufficiente non solo a tenerla in buona salute, ma addirittura a guarirla. I genitori di Clara adottano la terapia, senza informare i medici. Dopo qualche giorno saltano una visita di controllo all’ospedale: pensano non serva più. Una settimana dopo Clara inizia a stare male.

Clara aveva troppa sete, beveva sempre e non si sentiva bene. Cominciò anche ad avere difficoltà della vista, caldo continuo, sensazione di soffocamento e persino delle strane macchie sulla pelle. I suoi genitori contattarono subito la “naturopata”: cosa succede? Cos’ha nostra figlia? Lei, la donna, rispose come fanno tutti i “naturopati”: è la disintossicazione, vostra figlia sta semplicemente espellendo le tossine causate dalla malattia e da tutti i farmaci assunti in questi anni. Non vi preoccupate, va tutto bene.

Le cose non migliorano, Clara non riesce più a muoversi dal letto: la naturopata continua a dire che tutto era normale. La madre di Clara deve trovare sua figlia in stato di incoscienza per convincersi a chiamare l’ambulanza, e i medici riscontrano un arresto cardiaco. Clara Palomba va in coma diabetico, e muore il giorno dopo.

La polizia arresta la naturopata Marjorie Randolph, in arte Maya, che viene indagata per omicidio volontario ed esercizio abusivo della professione medica. Muore agli arresti domiciliari il 16 gennaio 2009. Soffriva di ulcera gastrica e si curava con vitamine e minerali: un’ulcera perforata le procura un’emorragia interna. Anche i genitori di Clara Palomba vengono indagati, e ieri è arrivata la condanna di primo grado: tre anni e sei mesi di reclusione per il padre, due anni per la madre. Il reato è omicidio colposo. Nel corso del processo era stato ascoltato il padre di Clara: «Non vidi rischi, volevo fare una prova, volevo credere che ci potesse essere un modo per guarire dal diabete senza fare l’insulina». La ragazza non era d’accordo: «manifestò contrarietà a sottoporsi ad altre terapie». Ne discussero, in famiglia: Clara disse di «non voler più fare esperimenti». I genitori avevano deciso, e non misero al corrente i medici. «Non volevamo fare discussioni inutili con loro», ha detto il padre durante il processo.

Paolo Attivissimo, noto cacciatore di tesi antiscientifiche e critico di complotti e leggende metropolitane, ne ha scritto sul suo blog.

A volte mi chiedono perché mi accanisco contro le pseudoscienze. Perché spendo tempo e soldi a sbugiardare ufologi, astrologi, guaritori, sensitivi e chiaroveggenti. Perché sono così acido e tagliente nei miei giudizi. Mi chiedono “Ma che male fa? Sono credenze innocue…”.

No. Non sono innocue. Perché tutto questo clima di rifiuto della scienza, del buon senso, della ragione, per abbracciare fantasie esoteriche gestite da una manica d’incoscienti e pubblicizzate da uno stuolo d’irresponsabili è quello che ha generato due imbecilli come i genitori di Clara e quegli altri imbecilli dei loro amici che hanno dato il consiglio di rivolgersi alla ciarlatana.

Ho due parole per tutti quelli che pubblicano oroscopi, vendono macchinette che producono acqua miracolosa, vanno in TV a parlare di alieni stupratori e di piramidi friulane, rifilano braccialetti per migliorare le prestazioni sportive, propinano pastigliette che contengono il nulla cosmico, diagnosticano le malattie guardando l’aura, per tutti quelli che dicono che la medicina è un grande complotto delle multinazionali e le cure mediche si possono sospendere e sostituire con parole magiche, talismani e pozioncelle. Ho solo due parole. Clara Palomba.

Le parole di Attivissimo non sono esagerate: nei confronti dei suoi genitori non si può che avere una notevole dose di indulgenza, pensavano di poter guarire Clara, si sono trovati ad averla uccisa. Ma a dover essere processato sono un paese e una cultura che combattono una vittoriosa resistenza contro la scienza, contro la modernità, contro le scelte informate. Un paese che privilegia informazioni superficiali, dati forniti a caso, tesi esibite senza alcun fondamento. Un paese in cui scienza e logica sono trattate pubblicamente come dei modi di vedere le cose, suscettibili di essere contraddetti da altri modi. Un paese che dalla scuola ai media non fa niente per educare i propri cittadini, né renderli più colti e informati. Un paese dove si mette mano alla pistola a citare non la parola cultura, ma qualunque cosa vi si avvicini, dove si annuncia che si sconfiggerà il cancro non si sa come e dove i tagli finanziari riguardano sempre scuola e ricerca.

E nel dettaglio, un paese in cui questa disposizione consente il radicamento e la sopravvivenza di credenze, leggende, superstizioni e bigottismi, con l’avallo di istituzioni pubbliche e religiose e senza nessuna sanzione. Guaritori truffaldini, santi di turno e maghi e maghe vengono celebrati o semplicemente tollerati. Le persone colte li trovano divertenti, macchiette, e pensano di avere cose più serie a cui pensare. Le persone meno colte muoiono.

Diaspora


2010
05.21

Due sono i motivi per i quali non sono più su facebook: il primo è la scarsa attenzione per la privacy che questo ha. Non mi importa di tutti i loro comunicati stampa e le buone intenzioni, al momento anche cancellarsi è davvero penoso per chiunque abbia a cuore un minimo di interesse per la propria identità sul web. E non mi si venga a parlare di Google: in confronto è davvero buono.

l secondo motivo è ovviamente legato all’open source: preferisco un sistema che posso avere anche io, che posso controllare, in tutti i sensi, che può girare sul mio pc di casa, che può essere integrato in ogni momento, che scambi i dati con formati aperti magari con altri network.

A tutto questo c’è una soluzione e si chiama Diaspora. Vi auguro un buon inizio!

Auto-complete mode su Emacs


2010
05.19

Ecco come fare:

  1. Scaricate il pacchetto da qui e scompattatelo nella vostra /home
  2. Aprite emacs
  3. M-x load-file
  4. Selezionate auto-complete-1.2/etc/install.el
  5. Lasciate la directory di installazione di default
  6. Copiate e incollate quello che vi dice di copiaincollare nel vostro file .emacs
  7. Voilà!

Per i più curiosi ecco un video esplicativo